

187. Perch l'Europa?.

Da: R. Dahrendorf, Perch l'Europa? Riflessioni di un europeista
scettico, Laterza, Roma-Bari, 1997.

Una delle questioni pi dibattute in Europa alla fine degli anni
Novanta  stata quella dell'unione economica e monetaria, che, in
base agli accordi sottoscritti a Maastricht nel 1991, prevedeva
l'istituzione di una moneta europea entro il 1 gennaio 1999.
Questa scadenza, considerata da molti governi europei un obiettivo
da non mancare, impegnava all'adozione di misure - generalmente
tasse e contrazione della spesa pubblica - capaci di risanare i
conti dello stato entro certi parametri. Ma si trattava
effettivamente di una questione prioritaria? E in quale misura una
moneta unica europea avrebbe potuto contribuire a risolvere i
problemi pi gravi per i cittadini europei? Una risposta a questi
interrogativi  contenuta nel seguente passo del sociologo di
origine tedesca Ralf Dahrendorf,  direttore per dieci anni della
London School of Economics.


In questa fine '96 sono una mezza dozzina i principali temi
all'ordine del giorno dell'Unione Europea: l'EMU [acronimo di
European Monetary Union]; i meccanismi decisionali nelle
istituzioni dell'Unione Europea in particolare le votazioni a
maggioranza (Maastricht 2); la preparazione dei mandati per la
negoziazione dell'allargamento dell'Unione Europea verso l'Est e
il Sud; la preparazione della rinegoziazione del bilancio
dell'Unione Europea, soprattutto per quanto attiene
l'autofinanziamento (Edimburgo 2); l'intensificazione della
collaborazione fra gli Stati membri nel campo della politica
interna e della giustizia (terza colonna); l'intensificazione
della collaborazione fra gli Stati membri nell'ambito della
politica estera e della sicurezza (PESC).
Ma esistono altres una mezza dozzina di temi molto pi scottanti
per i cittadini d'Europa (e non solo d'Europa), che sempre di pi
determinano l'ordine del giorno della politica: la disoccupazione
(e la connessa tematica dell'esclusione sociale, della
sottoclasse); la competitivit economica; le necessarie riforme
dello Stato sociale e i loro costi per i singoli; legge e ordine;
delusione nei confronti dei partiti e delle istituzioni, e della
democrazia in genere; nuove minacce nel frattempo diffuse: Russia?
islam? proliferazione nucleare? immigrazione?.
A prima vista i due elenchi hanno poco in comune fra loro. In
effetti, si capisce perch molti in tutto il mondo si chiedano che
cosa ne sia propriamente dell'Unione Europea, se pu concedersi il
lusso di continuare a guardarsi l'ombelico mentre i pericoli si
addensano sulla sua testa. Esistono certo documenti dell'Unione
Europea su tutti i grandi temi, ma l'unico europeista veramente
significativo di questi tempi, Jacques Delors [politico francese,
che dal 1985 al 1994 ha guidato la commissione della CEE], nel
Libro bianco pubblicato sotto la sua egida su Crescita,
competitivit e occupazione ha gi avanzato dubbi sul fatto che
l'Unione Europea abbia dato un serio contributo alla loro
soluzione.
Qui bisogna evitare per quanto possibile le affermazioni troppo
generiche. La questione  soprattutto se l'EMU contribuisca
davvero alla soluzione dei problemi reali degli Stati europei e
dei loro cittadini. Pur con tutta la buona volont  difficile
nascondersi che la risposta non  molto incoraggiante. Diamo
un'occhiata ai singoli punti.
Primo: la disoccupazione. Molti sostengono che l'adeguamento ai
criteri di convergenza richiesto come presupposto per l'EMU tende
ad aggravare il problema della disoccupazione. Una cosa  certa,
che questi criteri rendono meno praticabili le misure keynesiane
per la lotta alla disoccupazione. Il presidente della Bundesbank
[la banca federale tedesca], Hans Tietmeyer,  pi delicato e si
limita a dire che l'EMU ha poco o nulla a che fare con la
disoccupazione.
Secondo: la competitivit. Ci sono medie imprese, soprattutto nel
settore dei servizi, che si ripromettono dall'EMU un abbassamento
dei costi di transazione. Ma le imprese di questo tipo sono una
piccola minoranza. Per le grandi imprese l'EMU non ha alcuna
rilevanza. In generale, le esigenze della competitivit sono di
ordine strutturale, non monetario.
Terzo: la riforma dello Stato sociale. I governi utilizzano oggi i
criteri di convergenza o parametri di Maastricht come argomento
per giustificare delle riforme comunque necessarie, e cio i tagli
alle prestazioni pubbliche (e quindi al debito pubblico). Questo
pu essere tatticamente utile, ma ha poco a che fare con la moneta
unica in se stessa.
Quarto: legge e ordine. Con questo l'EMU non ha nulla a che
vedere.
Quinto: la delusione. Almeno sul breve periodo l'EMU non far che
rafforzarla. Il che in effetti si sta gi verificando, come si
vede dalla fuga dal marco, cui si assiste in Germania, per
rifugiarsi nel franco svizzero. Sul lungo periodo, certo, resta
sempre valido il Prinzip Hoffnung (Principio Speranza).
Sesto: le nuove minacce. Che l'EMU possa aiutare ad affrontarle
dipende dalle implicazioni politiche dell'unione monetaria. Di
questo torneremo a parlare.
In altre parole, per i grandi temi politici oggi sul tappeto l'EMU
 pressoch irrilevante. Quale che possa essere l'utilit
dell'unione monetaria, questa contribuisce poco o niente a
rispondere alle questioni cui tutti gli europei - e non solo loro
- devono dare risposta. Ma c' di pi: il problema dell'EMU
distoglie da tali questioni; sottrae tempo ed energie a coloro che
dovrebbero occuparsi di cose pi importanti. E' quindi necessario
collocare questo problema pi in basso nell'agenda europea. L'EMU
non merita la priorit che molti le assegnano.
[...].
L'EMU non fa fare passi avanti sulla strada verso l'Unione
Europea. L'unione monetaria distoglie dai pi seri problemi del
momento, infrange l'unione finora raggiunta e non funziona come
leva dell'unit politica. E' assolutamente necessario collocarla a
un livello pi basso nella galleria degli obiettivi europei. Chi
vuole l'EMU l'abbia pure, ma non deve pretendere di promuovere con
questo l'Europa. Sono altri gli obiettivi di cui ha bisogno
l'Europa.
[...] Una [metafora, diffusa soprattutto in Germania, sull'Unione
Europea]  quella del convoglio. Se non tutti (cos recita)
vogliono procedere con la stessa velocit sulla strada verso
l'Unione Europea, allora  bene che qualcuno si metta a correre
davanti. Non pu essere la nave pi lenta a determinare la
velocit del convoglio. La funesta metafora [...] impone di
rammentare quale sia il senso dei convogli. Qual  il motivo per
cui si formano? Per proteggere la nave pi lenta, naturalmente.
Una razza padrona potrebbe percorrere la propria strada
abbandonando i deboli al loro destino, ammesso che non li stermini
subito; nel convoglio, invece, vale il principio che i forti
proteggono i deboli, in quanto gli uni e gli altri sono legati in
unit. Forse non  mai stata questa l'intenzione di fondo
dell'Unione Europea, ma certo parecchi dei deboli - il Portogallo
per esempio, e anche l'Irlanda - hanno tratto vantaggio dal fatto
di trovarsi nel convoglio. Devono ora essere abbandonati al loro
destino?.
